Cosa sono gli psicofarmaci e come agiscono?

Psicofarmaci: cosa sono e come agiscono. Sfatiamo qualche mito. | Rebecca Rossi Psicoterapeuta

Cosa sono gli psicofarmaci e come agiscono?

Quando propongo a un paziente di ricorrere agli psicofarmaci per alleviare un sintomo acuto, mi scontro quasi sempre con un muro di paura e pregiudizi. Eppure, in Italia il consumo di queste molecole è altissimo. Come si spiega questa apparente contraddizione?
Dal mio punto di vista, la risposta sta in tre fattori principali:
    • Tanta disinformazione che alimenta timori infondati.
    • Un eccessivo abuso di prescrizioni da parte dei medici di base, senza il supporto di una consulenza specialistica.
    • Un ricorso tardivo alla cura, quando i pregiudizi hanno allontanato la persona anche dalla psicoterapia e il malessere è ormai troppo radicato per essere affrontato solo con la parola.

In questo articolo facciamo chiarezza: vediamo cosa sono gli psicofarmaci, come funzionano davvero e quando è utile assumerli.

Psicofarmaci: come funzionano.

Gli psicofarmaci sono medicinali che agiscono sul sistema nervoso centrale. Il loro compito è regolare il rilascio o l’inibizione dei neurotrasmettitori, ovvero le sostanze chimiche che permettono la comunicazione tra i neuroni.
Poiché il nostro cervello utilizza diversi messaggeri chimici, la farmacologia ha sviluppato molecole differenti in base ai principi attivi e agli obiettivi terapeutici.
Possiamo suddividerli in quattro grandi categorie:
1.Antidepressivi, a loro volta suddivisibili in
  • SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina): sono i farmaci di nuova generazione (paroxetina, citalopram, sertralina, fluvoxamina…). Agiscono in modo mirato, permettendo allo psichiatra di trovare la terapia adatta bilanciando pro e contro senza pesanti effetti collaterali.
  • Antidepressivi triciclici: molecole più vecchie e oggi meno utilizzate (amitriptilina, imipramina, clomipramina…). Avendo un’azione meno selettiva, causavano maggiori effetti collaterali. Sono i veri responsabili storici dei pregiudizi che esistono ancora oggi.
2.Antipsicotici: comprendono i farmaci di prima generazione e quelli di seconda generazione, oggi più utilizzati (aripiprazolo, clozapina, ziprasidone…).
    • Cosa sapere: Sono storicamente i meno tollerati a livello di effetti collaterali. Tuttavia, poiché vengono impiegati per sintomi gravi (come deliri, allucinazioni o comportamenti disorganizzati), il beneficio supera di gran lunga i rischi.
    • Dipendenza: Non creano dipendenza o tolleranza. Per questo motivo, a dosi minime, vengono talvolta prescritti anche come ansiolitici o rimedi per l’insonnia.

3. Stabilizzanti del tono dell’umore. Il più celebre è il litio, seguito dal valproato di sodio. Vengono utilizzati prevalentemente nel trattamento del disturbo bipolare.
    • Come si assumono: Richiedono un’assunzione costante. Prima di iniziare la terapia (poi a intervalli regolari) lo specialista prescriverà esami specifici (analisi del sangue, elettrocardiogramma, controllo della funzionalità renale e tiroidea) per monitorare il corretto dosaggio nel corpo.

4. Ansiolitici. In questa categoria rientrano le benzodiazepine (Tavor, Xanax, En, Lexotan…). Sono molto efficaci nel breve termine per spegnere l’ansia, ma presentano un rischio importante: creano tolleranza e dipendenza.
  • Il rischio del fai-da-te: Chi li assume tende spesso ad aumentare le dosi autonomamente per ottenere lo stesso effetto iniziale. Per questo motivo ne viene sconsigliato l’uso prolungato. Spesso vengono associati agli antidepressivi nelle prime fasi della terapia.

Se vuoi saperne di più su come agiscono gli antidepressivi e gli ansiolitici clicca qui “Come vincere la depressione ansiosa”.

 

Come avviene la prescrizione degli psicofarmaci

Gli psicofarmaci possono essere prescritti da qualsiasi medico. Tuttavia, ritengo fondamentale che la valutazione iniziale venga effettuata da uno specialista in psichiatria. Lo psichiatra possiede le competenze specifiche per inquadrare correttamente il caso e calibrare la terapia biologica.
Nel mio lavoro di psicoterapeuta, quando ritengo opportuno il supporto farmacologico, indirizzo sempre il paziente verso un medico psichiatra con cui poter collaborare strettamente.
Questo approccio integrato è il migliore possibile: vedendo il paziente con maggiore frequenza rispetto allo specialista medico, posso monitorare costantemente l’andamento della terapia e gli eventuali effetti collaterali.

Ci sono effetti collaterali?

Se adeguatamente prescritti e monitorati, gli psicofarmaci apportano molti più benefici che disagi. Gli effetti collaterali sono paragonabili a quelli di qualsiasi altro medicinale comune: non si manifestano in tutti i soggetti e dipendono dalla sensibilità individuale.
Di norma, il lavoro psichiatrico inizia con dosaggi minimi, aumentandoli gradualmente per valutare la risposta di corpo e mente.

 

Attenzione all’effetto Rebound

Una delle conseguenze peggiori – ma del tutto evitabile – è l’effetto rebound: la ricomparsa acuta dei sintomi quando si interrompe improvvisamente il farmaco. Per evitarla, basta seguire alla lettera il piano di diminuzione graduale stabilito dal medico.
Tra gli effetti collaterali più comuni si possono riscontrare:
    • Secchezza delle fauci e nausea.
    • Leggero disorientamento o cefalea.
    • Modificazioni temporanee della sfera sessuale o del sonno.

Prima di lasciarsi spaventare, basta aprire il bugiardino di una comune aspirina o di un antibiotico per trovare rischi altrettanto lunghi. Eppure, non esitiamo a prenderli. Questo accade perché tutto ciò che tocca la mente attiva in noi paure inconsce e retaggi culturali.

Sfatiamo i pregiudizi più comuni.

Per aiutare i miei pazienti a superare queste resistenze, utilizzi sempre due metafore molto chiare:
  1. La metafora del diabete: Se il medico vi prescrivesse l’insulina per il diabete, vi rifiutereste di prenderla? Certamente no. Perché allora rifiutare una molecola capace di stabilizzare la chimica cerebrale, riducendo l’ansia o stabilizzando l’umore?
  2. La metafora della Tachipirina: Se abbiamo la febbre alta, prendiamo il paracetamolo per abbassarla. Sappiamo che cura il sintomo e non la causa (che cureremo con un antibiotico o un antivirale). Lo stesso rapporto lega farmaco e psicoterapia: il farmaco spegne l’incendio immediato (il sintomo), mentre la psicoterapia cura la radice del problema, permettendo in futuro di fare a meno della terapia farmacologica.

Da dove nascono le paure più diffuse?

Molti timori si basano su convinzioni errate. Vediamo le principali:
    • “Creano dipendenza”: Falso. Se prescritti correttamente e monitorati (fatta eccezione per l’abuso sconsiderato di ansiolitici), i farmaci moderni non creano dipendenza.
    • “Sono per i matti”: Falso. Li assume chiunque stia attraversando un momento di grave sofferenza clinica che impedisce il normale svolgimento della vita quotidiana.
    • “Modificano il carattere”: Falso. Il farmaco non cambia chi siamo; elimina semplicemente i sintomi invalidanti, permettendoci di tornare a essere noi stessi.
    • “Danneggiano il cervello”: Falso. Le molecole odierne agiscono sui circuiti dei neurotrasmettitori in modo mirato, controllato e reversibile.
    • “Dovrò prenderli per sempre”: Falso. La durata della terapia dipende dalla diagnosi e dalla risposta soggettiva. Alcune persone possono averne bisogno per un periodo limitato di pochi mesi, utile a superare una fase acuta, per poi sospenderli definitivamente e proseguire il viaggio solo con la psicoterapia.

Nel mio lavoro di psicoterapeuta, considero il farmaco come un prezioso alleato della parola, mai come un sostituto. Sono solita suggerire una consulenza psichiatrica per valutare l’inserimento di una terapia farmacologica quando la situazione non può essere risolta nell’immediato con la sola psicoterapia.
Nello specifico, questo avviene in tre scenari principali:
    • Quando i sintomi sono troppo gravi per permettere il dialogo: Se la sofferenza o le distorsioni della realtà bloccano la comunicazione (ad esempio: “Dottoressa, finché accanto a lei c’è quel drago non intendo parlare”), il farmaco aiuta a ripristinare la lucidità necessaria per iniziare a lavorare in seduta.
    • Se il disagio compromette gravemente la vita quotidiana: Quando il malessere paralizza le giornate (ad esempio: “Non riesco a venire in studio, niente ha più senso, non mangio, non dormo…”), la terapia biologica serve a ridare alla persona le energie minime per muoversi e chiedere aiuto.
    • Per gestire i sintomi specifici di alcuni disturbi: Ci sono manifestazioni cliniche che beneficiano enormemente di una stabilizzazione chimica. Tra queste troviamo:
        • Gli sbalzi d’umore tipici del disturbo bipolare
        • L’impulsività forte dei disturbi borderline
        • Le attivazioni fisiologiche intense degli attacchi di panico o dei grandi stati d’ansia
        • I disturbi del sonno e l’apatia severa della depressione
        • Le disorganizzazioni emotive frequenti nei disturbi di personalità

Il farmaco, in sintesi, abbassa il volume del sintomo per permettere alla psicoterapia di curare la persona.

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Affrontare la sofferenza psicologica può fare paura, e i dubbi sulla terapia o sui farmaci sono del tutto naturali. Se senti di attraversare un momento difficile o desideri fare chiarezza sulla tua situazione, non devi fare tutto da sola o da solo.
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