Il disturbo di personalità evitante

Il disturbo di personalità evitante. | Rebecca Rossi Psicoterapeuta

Il disturbo di personalità evitante

Il disturbo evitante di personalità (DEP), come spesso accade per altri disturbi di personalità, viene percepito negativamente dalla società. Ci si ferma alla valutazione superficiale dei comportamenti visibili, senza soffermarsi sulla reale sofferenza che li ha generati.

Ma cosa intendiamo esattamente quando parliamo di disturbo di personalità? Secondo i criteri clinici, si tratta di:

“ Un pattern permanente di esperienze interne (pensieri, sentimenti ed emozioni) e comportamenti che sono marcatamente differenti da quelli definiti dalla propria cultura, pervasivo e inflessibile, ed emerge in adolescenza o nella prima età adulta. È stabile nel tempo e conduce a sofferenza o disabilità.”[1]

Cerchiamo di andare oltre i pregiudizi, analizzando le caratteristiche, i sintomi e il vissuto di chi sperimenta questo disturbo.

Caratteristiche e sintomi del DEP: il falso mito del disinteresse

All’esterno, una persona con DEP viene spesso percepita come distante, disinteressata, fredda o “stramba”. Tende a ritirarsi dalla vita sociale, preferendo all’apparenza la solitudine alla compagnia.
Tuttavia, non si tratta di una vera preferenza. Questo isolamento è una precisa strategia difensiva messa in atto per evitare il rischio di ricevere giudizi o commenti negativi su di sé.
La persona che soffre di DEP sperimenta costantemente:
  • Un profondo e doloroso senso di inadeguatezza.
  • La convinzione radicata di non valere nulla e di non essere all’altezza degli altri.
  • Un’altissima sensibilità a ogni tipo di critica, rifiuto o esclusione.
L’idea che chi soffre di questo disturbo non sia interessato alle relazioni è lontanissima dalla verità. Al contrario, queste persone nutrono un profondo desiderio di vicinanza interpersonale, ma sono letteralmente bloccate dalla paura dell’umiliazione, del giudizio e del rifiuto.

Il continuum della personalità evitante

Come ogni dinamica psicologica, anche il DEP si esprime lungo un continuum:
  • A un estremo troviamo persone che non riescono a strutturare alcun tipo di rapporto, soddisfacendo pienamente i criteri clinici per la diagnosi del disturbo.
  • All’altro estremo ci sono persone che presentano solo uno stile o alcuni tratti di personalità evitante. Queste ultime riescono a portare avanti anche relazioni sentimentali, seppur affrontando significative difficoltà.

 

Come viene vissuto il disturbo da chi lo sperimenta?

Il mondo interno di chi soffre di DEP è caratterizzato da un costante monitoraggio ipervigile degli altri e da un forte senso di esclusione. Una mia paziente descriveva così il suo vissuto:
“Vivo la vita degli altri, sono sempre attaccata ai social a invidiare gli altri e a struggermi perché non riesco a fare quello che per loro sembra così semplice. Per me è più facile essere una spettatrice passiva che sottopormi all’ansia che mi viene quando sto con le persone.”

Nelle situazioni sociali, queste persone sentono costantemente gli occhi puntati addosso. Questo accresce un’ansia che le rende impacciate, andando a rinforzare il pensiero disfunzionale di non essere adatte, capaci o interessanti.
Si instaura così un vero e proprio circolo vizioso dell’evitamento:
  1. Evito le situazioni sociali perché alimentano il mio malessere.
  2. Questo evitamento mi impedisce di sviluppare adeguate abilità relazionali.
  3. L’assenza di tali abilità mi fa sentire ancora più inadeguato quelle rare volte in cui esco.
  4. Di conseguenza, aumento l’evitamento per proteggermi.
Questo meccanismo limita enormemente il benessere individuale in ogni sfera della vita. Coinvolge le amicizie, ma anche l’ambito professionale (un mio paziente, ad esempio, ha rifiutato una promozione per paura della disapprovazione dei colleghi).
Il pensiero tipico si può riassumere con la frase di un altro paziente: “Vorrei tanto avere una relazione, ma il solo pensiero di poterla avere mi spaventa”.
A rendere ancora più complesse le relazioni interpersonali si aggiunge una forte difficoltà a comprendere le proprie ed altrui emozioni. Questo deficit deriva solitamente da una mancanza di rispecchiamento adeguato da parte delle figure di accudimento durante la prima infanzia.

La diagnosi differenziale: non confondiamo l’evitamento.

Poiché il DEP comporta un disagio profondo, chi ne soffre sperimenta spesso elevati stati di ansia e depressione come sintomi corollari. Esistono frequenti quadri di vera e propria comorbidità con i disturbi dell’umore o d’ansia.

 

È fondamentale però distinguere il DEP da altri disturbi che presentano caratteristiche simili, ma richiedono modalità di trattamento completamente diverse:
  • Disturbo di Personalità Schizoide: Anche in questo caso il soggetto si isola, ma senza provare la sofferenza tipica dell’evitante. Le persone schizoidi preferiscono autenticamente la solitudine e vivono le relazioni come intrusive; non sono bloccate dalla paura del giudizio o da un senso negativo di sé.
  • Disturbo di Personalità Paranoide: Presenta la stessa spiccata suscettibilità allo sguardo altrui, ma le osservazioni degli altri vengono percepite come minacce malevole, non come giudizi di inadeguatezza.
  • Disturbo di Personalità Dipendente: Condivide la difficoltà a separarsi dalle relazioni, ma l’origine e le dinamiche interne sono differenti. (Ne parlo approfonditamente in questi articoli: dipendenza affettiva: vediamone assieme cause e soluzioni; come capire di essere vittima di un narcisista: ecco perché ti stai ponendo la domanda sbagliata.
  • Fobia Sociale (Ansia Sociale): L’ansia si attiva in situazioni specifiche e circoscritte (es. parlare in pubblico, partecipare a una festa con sconosciuti), ma non investe l’intera struttura di personalità e l’immagine di sé in modo così pervasivo come nel DEP.

 

Le possibili cause: il ruolo dell’attaccamento infantile.

Sembrerò ripetitiva ma, anche qui, la letteratura scientifica evidenzia limportanza cruciale delle prime relazioni di attaccamento con i caregiver (le figure di attaccamento primarie).

Si ipotizza che la persona con DEP abbia sviluppato un stile di attaccamento evitante. Questo accade quando i genitori si mostrano ripetutamente non responsabili o rifiutanti nei confronti dei bisogni emotivi e di vicinanza del bambino.
Il piccolo impara così a fare affidamento solo su se stesso. Per “salvare” l’immagine del genitore e mantenere il legame, interiorizza un pensiero doloroso: “Non è la mamma o il papà a sbagliare, sono io che sono sbagliato e inadeguato”.
Questo nucleo profondo accompagnerà la persona in modo incessante anche in età adulta. Spesso, una storia infantile di rifiuto familiare viene tragicamente alimentata dal successivo rifiuto o bullismo da parte dei coetanei durante l’adolescenza.

La personalità evitante nelle relazioni di coppia.

Come accennato, le persone che presentano tratti evitanti (senza un disturbo pienamente strutturato) riescono ad affacciarsi al mondo sentimentale, portando con sé specifiche fatiche relazionali:
  • Assecondare costantemente il partner: Per il timore estremo di essere rifiutati o abbandonati, tendono ad annullare i propri bisogni. Questo atteggiamento può esasperare la controparte o accumulare una frustrazione tale da sfociare in improvvisi e incontrollati scatti d’ira quando le divergenze diventano insostenibil
  • Mancanza cronica di fiducia: Il pensiero di fondo è rigido: “Se io non vado bene a nessuno, perché dovrei andare bene al mio partner? Cosa mi sta nascondendo?”.
  • Analfabetismo emotivo: Non avendo ricevuto una corretta educazione relazionale nell’infanzia, faticano a riconoscere e condividere i sentimenti, provocando profonde incomprensioni e senso di distanza nella coppia.

 

Come sottolineo sempre nei miei percorsi clinici e come scrivo qui (come affrontare i problemi di coppia ; come dimenticare una persona) nelle relazioni è fonamentale imparare a guardare sé stessi anziché concentrarsi solo sul partner.

Cosa mi spinge a stare con questa persona? Riconosco alcune dinamiche del mio passato?

Il lavoro su di sé è lo strumento più potente che abbiamo per costruire relazioni felici. Siamo attirati da persone che richiamano le nostre esperienze primarie, gli incastri relazionali dicono molto più di noi che dell’altra persona.

Qualora non si riuscisse a venire a capo del problema, una visita psicoterapeutica specialistica (di coppia o individuale) è la via migliore per fare chiarezza.

 

Inizia a prenderti cura della tua storia

Uscire dal labirinto dell’evitamento e dell’ansia sociale è possibile. Un percorso terapeutico mirato può aiutarti a ricostruire la fiducia in te stesso e a riscoprire il piacere della vicinanza con gli altri, senza il costante timore del giudizio.

Se senti di voler compiere questo passo contattami per una consulenza personalizzata. Guarderemo insieme oltre i sintmoi per ricostruire il tuo benesere

 

[1] Definizione del DSM 5, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali.