25 Lug Conferenza IARPP 2022
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Espandere la nostra pratica clinica: il detto, il non detto e l’indicibile
in psicoanalisi e psicoterapia relazionale.
A metà giugno ho finalmente preso un volo per Los Angeles per partecipare alla 18ª Conferenza della IARPP (International Association for Relational Psychoanalysis and Psychotherapy). Uso la parola “finalmente” perché questo appuntamento è stato rimandato per ben due anni a causa della pandemia, e io lo aspettavo da tre.
Già nel 2019, infatti, era stata pubblicata la lista dei relatori per l’edizione 2020 e, con mia enorme gioia e un pizzico di agitazione, tra quei nomi c’era anche il mio.
Presentare il proprio lavoro in un contesto internazionale è una grande soddisfazione, ma la cosa più affascinante è stata un’altra: l’intervento che avevo preparato tre anni fa è cambiato notevolmente nel tempo. Questo dimostra quanto la nostra pratica clinica si evolva rapidamente. A Los Angeles ho scelto di parlare di trauma e dissociazione, collegando questi temi alle ultime scoperte delle neuroscienze, un campo che mi affascina profondamente e che guida la mia pratica quotidiana in studio.
L’importanza del ritrovarsi (e del confronto).
Sono tornata a casa con un bagaglio colmo di stimoli, emozioni e un immenso arricchimento professionale e personale. Rimanere aggiornati e confrontarsi con colleghi di tutto il mondo è vitale per qualsiasi professione, ma per noi psicoterapeuti è ancora più imprescindibile.
Molti psicoterapeuti lavorano esclusivamente nel proprio studio privato. Se da un lato questo offre grande autonomia, dall’altro rischia di confinarci in una dimensione di solitudine. Per questo diventa fondamentale creare spazi di condivisione in cui accogliere i dubbi, le fatiche e le gioie che questo lavoro porta con sé.
Personalmente, investo molto in questo aspetto:
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- Seguo una supervisione clinica settimanale.
- Partecipo ogni due settimane a un gruppo di intervisione online con colleghe per confrontarci sui casi clinici.
- Cerco di prendere parte attiva ai grandi eventi scientifici, proprio come questa conferenza.
Dopo gli anni di isolamento dovuti al Covid, il desiderio di tornare in presenza e vivere una full immersion di tre giorni era altissimo. Il risultato ha superato ogni aspettativa.
L’uguaglianza nella diversità: l’esperienza clinica ci unisce
Oltre alla soddisfazione di presentare un mio contributo per la prima volta oltreoceano, sono entrata in contatto con l’uguaglianza della diversità: nonostante lingue e culture differenti, infatti, le difficoltà, le perplessità, i traguardi felici e quelli meno, sono gli stessi per tutti nella professione psicoterapeutica. Siamo accomunati dall’esperienza potente e alle volte travolgente dell’essere analisti in continua evoluzione, discussione e formazione. Le barriere, quando si parla di umanità, non esistono: siamo tutti uguali nella nostra diversità.
Oltre la teoria: alcuni spunti clinici che ho portato a casa.

I tre giorni di conferenza sono stati un concentrato di riflessioni e dibattiti accesi. Voglio condividere qui gli spunti che mi hanno colpita di più e che stanno già influenzando il mio modo di lavorare in studio.
Mente, corpo e cervello: siamo una cosa sola
Nel primo panel a cui ho assistito si è discusso di come insegnare ai pazienti a usare tutti i propri sensi durante l’analisi. Da qualche anno, anche io ho iniziato a integrare nelle sedute tecniche di respirazione yoga ed esercizi di grounding (radicamento corporeo), ispirati agli studi sulle esperienze somatiche.
Questo ha sollevato un dibattito affascinante tra i colleghi: quanto è “psicoanalitico” usare queste tecniche, visto che l’ortodossia vorrebbe la partecipazione dell’analista ridotta ai minimi termini?
Dal mio punto di vista, la questione è interessante a livello teorico, ma molto meno a livello pratico. Credo che la teoria debba essere un faro guida, mai una gabbia per il terapeuta. La relazione autentica e la soggettività del terapeuta sono il vero motore del cambiamento.
Dissociazione: rischio o strumento creativo?
Il secondo panel si concentrava sulla dissociazione. In questa sede ho presentato il mio contributo, mostrando come la dissociazione possa trasformarsi in uno strumento clinico prezioso, a patto che il terapeuta ne sia consapevole e sappia come abitarla nella relazione.
Le mie colleghe hanno arricchito il dibattito: una ha mostrato come la dissociazione possa diventare un ostacolo rigido alla terapia, mentre l’altra ne ha evidenziato l’uso creativo da parte dell’analista. È stato uno scambio così fertile che stiamo pensando di unire i nostri interventi per scrivere un articolo a sei mani.
Elaborare la catastrofe e i fantasmi del passato
Un momento di grande impatto emotivo è stato il panel dedicato a come fare i conti con i traumi collettivi, come la pandemia e la guerra. Esperti di tutto il mondo hanno avanzato l’ipotesi che, come collettività, non abbiamo ancora superato queste ferite, forse perché ci siamo ancora immersi.
Mi è rimasta impressa una frase del celebre psicoanalista Glen Gabbard:
“We don’t get over things, they stay with us” (Non superiamo le cose, rimangono con noi).
Gabbard ha aggiunto che il dovere di ogni terapeuta è conoscere a fondo i fantasmi del proprio passato, per poi aiutare i pazienti a fare lo stesso con i loro. Non si tratta di cancellare il dolore, ma di imparare a conviverci senza farsi governare da esso.
L’empatia corporea e l’importanza del “lasciare soli”
Vari contributi hanno sottolineato l’importanza dell’empatia, intesa come conquista della complessità relazionale: tra essi, quello che mi ha colpito maggiormente è stato un intervento a quattro mani di Susanna Federici e Gianni Nebbiosi, dell’ISIPS (Istituto di Specializzazione in Psicologia Psicoanalitica del Sé e Psicoanalisi Relazionale) in merito alla mimica dei pazienti. Nonostante il loro sia un lavoro presente già da anni, non ne avevo mai sentito parlare. Consiste nel mimare i gesti del paziente dopo la seduta (quelli che ci hanno particolarmente colpito) mentre ragioniamo sul caso: a loro parere questi sono mini enactments (rappresentazione) che aiutano a livello incorporato nella comprensione del mondo interno del paziente, aprendo a nuove scoperte. Infondo, tutti impariamo mimando, no?
E ancora, si è discusso di vergogna, trauma e soggettività dell’analista, della comparsa di significato che può nascere da esperienze non formulate, ossia inconsce, delle implicazioni cliniche della soggettività dell’analista, dell’impatto che la sua cultura di provenienza, la sua psiche e la sua anima hanno all’interno della relazione terapeutica.
Infine, la conferenza mi ha regalato due grandi sintonizzazioni terapeutiche:
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- L’immaginazione come cura: L’idea di usare la teoria non come un dogma, ma come una cornice per continuare a immaginare insieme al paziente, trasformando l’immaginazione in un elemento di cambiamento bidirezionale.
- L’importanza della solitudine: Ho riflettuto su quanto sia fondamentale non solo “stare con il paziente”, ma anche saperlo “lasciare solo” al momento giusto, per offrirgli lo spazio necessario a sviluppare la propria voce e la propria individualità.
Il tempo della terapia: andare piano per andare lontano
Voglio chiudere questo diario di viaggio con una frase di Steven Tublin, un concetto che a volte tendiamo a dimenticare in un mondo che viaggia a velocità folle:
“The slower you go, the faster you go” (Più piano vai, più veloce andrai).
Questa verità è dedicata a tutte le persone che sentono la necessità di un cambiamento immediato. Il processo terapeutico richiede tempo, rispetto e cura. La fretta, quando si parla di sofferenza e di anima, è sempre una cattiva compagna.
Sfruttiamo insieme questi nuovi orizzonti
Tutto ciò che ho appreso e vissuto oltreoceano è già parte del mio modo di stare in seduta. Se stai attraversando un periodo complesso, se senti il peso di un trauma o se vuoi semplicemente esplorare il tuo mondo interno attraverso un approccio che guarda alla persona nella sua interezza (mente e corpo), io ci sono.