La mia visione del concetto di depressione

La mia visione del concetto di depressione

Troppo spesso sentiamo attorno a noi amici, colleghi, conoscenti, diagnosticarsi o diagnosticare la “depressione”, più di frequente in modo improprio che accurato.

Il termine “depressione”, infatti, è ormai parte del gergo comune: con esso si è soliti riferirsi ad una situazione di malessere generale, caratterizzata da poca voglia di vivere, da tristezza indiscriminata e costante. La maggior parte delle volte, però, questi sintomi – seppur si riferiscano a quelli di un quadro depressivo vero e proprio – rimangono solamente sintomi, segni visibili di qualche disagio sottostante, non per forza una vera e propria depressione, nel senso clinico del termine. Si rischia così di confondere con la vera e propria depressione, che si annovera tra i disturbi psichiatrici, un vissuto di tristezza che in alcuni momenti della vita è normale, fisiologico e adattivo ai fini dell’elaborazione dell’evento stesso, come può essere una perdita. Provare tristezza e “sentirsi giù” è una condizione che accomuna tutti gli esseri umani, al pari della felicità e della paura: è parte delle nostre emozioni di base, utili e naturali. Per questo è indispensabile saper identificare la normale tristezza, imparare a conoscerla ed accettarla.

Tristezza e depressione, impariamo a riconoscerne le differenze

La depressione è intrinsecamente diversa, disadattiva e non funzionale rispetto al senso di tristezza che può comparire in particolari fasi della vita.
Perché queste due situazioni vengono confuse? La risposta può essere riscontrata nel fatto che in momenti negativi e di forte sconforto, può essere difficile accogliere una situazione di estrema sofferenza come “normale”. Tendiamo così ad etichettare questa condizione come estranea alla nostra sfera del sentire inducendoci a considerarla “depressiva”, proprio per la forma acuta con cui si presenta. Tuttavia, la maggior parte delle volte è più probabile che questa sintomatologia non indichi una vera e propria depressione, bensì uno stato di profondo malessere non patologico, anche se percepito come tale. È dunque necessario riuscire a comprenderne le cause e a comprendersi, per sconfiggere la sensazione di “patologia”, accettandola come segnale propulsivo di un cambiamento e come qualcosa che può essere gestito.

Depressione: come ritrovare l’equilibrio con la psicoterapia

La sintomatologia di tipo depressivo può essere riassumibile in frasi come queste: “non ho voglia di fare niente, solo dormire”, “mi sento solo e triste”, “la mia vita non mi piace, ma non so come cambiarla”, “non so cosa dovrei fare per stare meglio ma così non posso andare avanti”, “oggettivamente non ho problemi, eppure sto così male, sempre”.

In queste situazioni di malessere emotivo generalizzato ed incompreso, l’origine può essere ricondotta al modo in cui la persona in questione direziona le sue scelte.  Può darsi che si sia allontanata troppo dai propri desideri, lasciando ampio spazio alla possibilità che emergano sensazioni di insoddisfazione e difficoltà nel dare un senso alla quotidianità. Spesso, nel dialogo con i pazienti che intraprendono un percorso per uscire da uno stato depressivo, affiorano degli stati emotivi ricorrenti, seppur sempre con significati personali soggettivi. Per questo motivo è strettamente necessario rivolgersi ad un professionista che sappia ascoltare attentamente anche i non detti, per capire il malessere del soggetto in questione, in modo da ideare un programma personalizzato basato sul confronto, sulla comprensione delle cause scatenanti la situazione di disagio e sulla creazione di nuove modalità per riscrivere il proprio futuro.

Personalmente, cerco sempre di aiutare i miei pazienti a rileggere il loro modo di agire nel mondo e nei confronti di sé stessi e delle persone che li circondano, per capire cosa precisamente potrebbe aiutarli a ritrovare la serenità. Quello che in molti definiscono “depressione” potrebbe infatti essere a volte inquadrabile come la difficoltà nel comprendere a fondo sé stessi ed i propri bisogni. Una sorta di allontanamento da sé stessi, da ciò che si è e si vuole.